L’armatore del Sanlorenzo SX88 racconta la sua vita sul mare, dagli esordi sul Lago Maggiore ai viaggi verso la Grecia passando per l’amato Ferretti 830. E spiega perché ha deciso di comandare da solo la sua barca.

Dalle prime uscite con i genitori su un Posillipo a cinque metri sul Lago Maggiore, fino al comando diretto di uno yacht Sanlorenzo SX88 che porta la sua famiglia ogni estate a Mykonos: quella di Livio Cossutti non è solo una passione, è una dedizione. Tra episodi di vita vissuta e riflessioni acute sul mondo della nautica, l’intervista disegna il profilo di un armatore esperto, esigente e profondamente innamorato del mare.
Partiamo dal raccontare le sue origini soprattutto dal punto di vista nautico?
Comincio ad andare in barca con i miei genitori sul Lago Maggiore su un Posillipo, un barchino di 5 metri che imitava i Riva; mia madre faceva sci d’acqua. I miei genitori un’estate si spinsero con un Coronet 24 in fiberglass fino in Jugoslavia lasciandomi da un amico e mia sorella da un’amica senza telefonini, senza radio, senza nulla. Mi raccontò mio padre che loro continuavano ad andare giù in Jugoslavia finché finivano le carte nautiche che si erano comprati alla libreria del mare di Milano. L’anno seguente cambiarono la barca e presero un 27 piedi che sembrava l’ammiraglia e portarono a bordo anche me e mia sorella. Prima il Coronet 24, poi il 32, ecc. Fino a quando un bel giorno, quando avevo 18 o 20 anni, io e mia sorella ci impuntammo dicendo che volevamo navigare e volevamo farlo a vela.
Quindi cosa successe?
Partimmo per il salone nautico di Genova e, nonostante la contrarietà di mia madre, tornammo con la barca a vela. In seguito, i miei genitori decisero che era scomoda per loro, preferirono tornare su una barca a motore piccola da usare come barca d’appoggio alla loro casa di Beaulieu-sur-Mer, quindi per andare a fare l’uscitella.
Poi come evolse la sua carriera nautica?
Io e mia sorella ci siamo entrambi sposati in quegli anni per cui a quel punto mi sono trovato a fare una decina d’anni a Forte dei Marmi perché mia moglie in barca non ci voleva andare con i bambini piccoli. Poi timidamente ripresi facendo un paio di charter dove tutti si sono divertiti un mondo.
Un’esperienza che conquistò la famiglia?
Si innamorarono del Mar Egeo e nel 2008 comprammo un Ferretti 830 rinominato Tittidea grazie al supporto di Carmine De Felice. L’abbiamo tenuto dieci anni e io ne ero innamorato follemente, una delle più belle barche esistenti a quell’epoca.
Come arriva al suo yacht attuale, il Sanlorenzo DHAI?
Eravamo stati invitati da un ex dealer Ferretti, nel frattempo passato a Spezia alla Sanlorenzo, a un evento tipo gli Elite Days, dove avvenne una delle prime grandi presentazione di Perotti. Quel giorno in fondo alla banchina c’era un SX88 che era un prototipo. Noi in realtà eravamo andati a vedere una navetta o altre cose che però non ci piacevano e Federica Ambrosio, architetto di Sanlorenzo, ci disse: ‘Voi siete giovani, amate la barca sportiva, venga a vedere l’ultima nata: SX88’. Quando vidi quella beach area meravigliosa dove immaginavo i miei nipoti e tutta la nostra bella compagnia dissi a mia moglie che dovevamo uscire a provarla.
La reazione?
Mia moglie, un po’ timorosa di vedere questa barca molto più grande ma soprattutto molto più larga del Ferretti, alzò il telefono per chiamare mia figlia (che è l’armatrice di casa) e lei aveva in mano una rivista dov’era pubblicizzata proprio quella barca: SX88 di Sanlorenzo. ‘Ce l’ho davanti agli occhi, è meravigliosa, digli di comprarla subito’ rispose mia figlia. Una settimana dopo abbiamo fatto la prova in mare e l’abbiamo comprata; era il 2018.
Un armatore competente e attento come lei come vive la barca e come compone il proprio equipaggio?
La conoscenza della barca per me è una cosa fondamentale, per cui la prima cosa che faccio è prenderne veramente possesso già nel corso della costruzione. Ritengo che una buona estate quasi senza rischi per gli ospiti richieda durante tutti gli inverni di smontare la barca e di fare tutte le manutenzioni possibili e immaginabili, anche quelle non prescritte. Io so smontare tutto, ho i pezzi di ricambio per cambiare tutto e lo faccio in prima persona. Il mare è una cosa seria e se si rimane in mezzo è un grosso problema.
Dalla risposta alla domanda sull’equipaggio si desume che il comandante di questa barca sia lei, è corretto?
Le dirò di più. Il comandante sono io perché abbiamo avuto pessime esperienze con i comandanti. Possiamo dire tranquillamente che ho avuto comandanti che hanno rubato 30 mila euro. Ho avuto gente che faceva il pieno della sua macchina con la nostra carta di credito. Ma non solo: addirittura facevano più litri di quelli che ci stavano nel serbatoio e mi portavano il bigliettino a mano. Uno mi ha demolito un motore (un Caterpillar) a Corfù, non so facendo cosa. Una volta siamo arrivati a sorpresa io e mia figlia a Corfù e una bellissima sudafricana (amante del comandante) era in cabina vip di prua, nella cabina di mia figlia, a darsi lo smalto sulle unghie con le candele accese a 20 centimetri dall’Alcantara. Quindi l’equipaggio da scegliere è in assoluto la cosa secondo me più difficile da fare in barca.
Tema marina e destinazioni: la sua crociera ideale?
Partiamo dal presupposto che a me piace molto navigare, mi piace fare miglia. A Sanremo (Portosole) nei gabinetti c’è una bellissima scritta: ‘Navigate, non raccontate cazzate sui pontili’. Per me il viaggio normalmente inizia con un po’ di giorni in Sardegna per acclimatare la famiglia; da lì in poi viene intimato al comandante di spostarsi perché a fine giugno la barca dev’essere a Mykonos. Il trasferimento parte da Olbia passa da Ponza, Capri con arrivo a Panarea. Dormo una volta a Panarea perché il giorno dopo c’è la tratta più lunga che è quella per arrivare a Crotone, ultimo porto in Italia. Da lì passo al largo di Leuca e vado in Albania, uscita dalle acque europee, rifornimento e poi si va a dormire a Corfù. L’indomani faccio di solito Patrasso, dormo a metà del golfo e il giorno successivo arrivo nella capitale; quindi, in otto giorni vado ad Atene. Da lì, poi, a seconda del Meltemi, in due tappe arrivo a Mykonos dove la famiglia desidera fare almeno tre settimane.
Cosa chiede e suggerisce ai marina italiani?
Facciamo pure un esempio concreto. Al Marina d’Arechi, da quando è cambiata la direzione, è stato realizzato un nuovo molo pensato per le barche più grandi o per quelle che tornano regolarmente: a queste viene riservato un trattamento particolare. Nei dintorni ci sono ristorantini e bar, e a poca distanza si trovano Amalfi e tutta la Costiera. È una Marina bellissima, pur non essendo all’interno del porto di Salerno: siamo circa dieci chilometri più avanti. Il direttore riesce sempre a trovare tutto quello che serve. Servono servizi da sette stelle perché se ti fermi a cinque, allora tanti preferiscono gli alberghi a cinque stelle perché stai anche meglio. Serve che, con uno schiocco di dita, qualsiasi cosa tu abbia bisogno arrivi sulla passerella. Questo è il servizio che serve: alzare il telefono, essere in un posto sconosciuto, con una lingua neanche tanto facile e avere qualcuno che opera come problem solver. Allora sì che vai in vacanza e non a romperti le scatole.
Quando e come cercherà la prossima barca? Va ancora ai saloni?
Io ai saloni nautici normalmente cerco di non andare, vado alle preview che tutti i cantieri fanno. Sono un personaggio non conosciuto, non noto, ma tutti sanno chi sono e quindi mi invitano a vedere i nuovi modelli. Stiamo attenti alle novità quando escono e nella fattispecie, siccome siamo innamorati del modello SX, quando abbiamo visto che è stato presentato il 100, ci siamo subito avvicinati. Non ci piace essere nel mischione di una fiera dove devi sgomitare per entrare e salire cinque minuti, non puoi guardare, non puoi fare.

Come le piacerebbe essere descritto per il suo trascorso professionale?
Ho fatto per dieci anni le più belle cerniere lampo del mondo e la mia più bella avventura è stata sponsorizzare con la mia azienda l’America’s Cup, ovvero la barca Alinghi, che ha partecipato nel 2003 e ha vinto la Coppa America in Nuova Zelanda. Siccome avevo pochi soldi da piccolo imprenditore, non potevo permettermi di sponsorizzare lo spinnaker o la vela come hanno fatto UBS o Audemars Piguet; ma spendendo un sacco di milioni mi hanno dato un piccolo spazio sul boma, fortunatamente la mia azienda aveva quattro lettere, si chiama Riri, e queste quattro lettere sul boma sono state la cosa più inquadrata di tutta la Coppa America, perché tutti vedevano Russell Coutts al timone e sopra di lui c’era il boma con scritto Riri. È stata una combinazione perfetta, come al solito quando uno è un po’ audace poi la fortuna lo aiuta.








