Gianfranco Benelli è nato a Sassari e ha imparato a nuotare e a veleggiare nel mare di Alghero, tra Capo Caccia e Porto Conte. Oggi presiede il corso di laurea in Economia e management del turismo dell’Università di Sassari, che ha sede dentro il terminal dell’aeroporto di Olbia. Siamo andati a incontrarlo lì, insieme ai suoi studenti, in occasione della lezione sullo yacht management tenuta dal presidente di AssoYacht Michael Tirrito, e ci siamo fatti raccontare la Sardegna che vede da lì: un’isola che nel 2025 ha superato per la prima volta i 22 milioni di presenze turistiche mentre la ricchezza che vi resta cresce molto più lentamente, e che nei prossimi dieci anni dovrà imparare a governare la propria crescita, con la nautica come leva per portare valore lontano dalla costa.

Turismo in Sardegna, dai record di presenze al valore che resta
La Sardegna nel 2025 ha superato per la prima volta i 22 milioni di presenze turistiche – un record. Eppure, il PIL pro capite dell’isola resta al 70% della media europea, e il valore aggiunto dei servizi nel 2024 è stato l’unico segno meno dell’economia isolana. I numeri crescono, la ricchezza distribuita molto meno. Da dove si riparte, e con quale strategia, per i prossimi dieci anni?
La Sardegna dimostra ogni anno di più una notevole capacità attrattiva, ma oggi la vera sfida non è aumentare ulteriormente i numeri (o non solo): bisogna studiare e lavorare per fare crescere il valore generato dal turismo e la sua distribuzione territoriale e sociale. Non sono un economista e non avrei titoli per indicare le soluzioni… penso però che nei prossimi dieci anni si debba puntare sulla qualità più che sulla quantità, con l’obiettivo di integrare turismo, nautica, cultura, identità, ambiente, agroalimentare e artigianato, coniugando innovazione e sostenibilità. La crescita del turismo avrà senso se sarà in grado di “contagiare” e di trascinare gli altri settori dell’economia isolana, dall’agroalimentare all’artigianato, dall’ICT ai servizi, creando ricchezza e sviluppo. La nautica da diporto, per esempio, che ha numeri in continua crescita soprattutto per quanto riguarda i movimenti e le presenze di yacht e superyacht nel tratto di mare tra Santa Teresa Gallura e San Teodoro, dovrebbe diventare un moltiplicatore straordinario di sviluppo sostenibile: un armatore che sceglie la Sardegna non cerca soltanto un approdo, ma un ecosistema di servizi efficienti, certezza delle regole, qualità ambientale e autenticità territoriale. Se invece questi giganti del mare si limitano a transitare davanti alle nostre coste più belle e a ormeggiarsi nelle baie senza che i loro ospiti sbarchino mai a terra, i benefici economici potrebbero essere insignificanti.
La Sardegna ha tutte le condizioni per diventare il laboratorio mediterraneo di un turismo ad alto valore aggiunto e ad alta responsabilità ambientale, purché riesca a governare la crescita e non semplicemente a subirla. Indirizzando questo sviluppo verso le forme di turismo più rispettose non solo dell’ambiente naturale, che è tuttora il nostro patrimonio più prezioso, ma anche dell’identità, della storia e della cultura millenaria del popolo che ci vive.
L’entroterra sardo e le rotte ancora da tracciare
L’85% delle presenze turistiche sarde si concentra in 30 comuni, quasi tutti costieri. L’entroterra esiste sulla carta, ma non ancora sui flussi. È un problema di offerta, di connessioni, o di una visione che non è mai davvero arrivata?
L’alta concentrazione dei flussi costieri non dipende da una sola causa: è il risultato di condizioni infrastrutturali, di accessibilità, ma soprattutto di un lungo processo di creazione della destinazione e del prodotto turistico. È ovvio che questo fenomeno è condizionato dal fatto che il principale attrattore turistico della Sardegna è storicamente rappresentato dal mare e che la stragrande maggioranza delle strutture ricettive si concentra nelle località costiere, al servizio del segmento marino-balneare. Che però sconta il limite della stagionalità accentuata.
L’interno della Sardegna possiede un patrimonio storico, culturale, paesaggistico, enogastronomico e identitario unico nel Mediterraneo, ma troppo spesso resta sconosciuto ai visitatori estivi perché scollegato dalle grandi traiettorie del turismo internazionale. Anche la nautica, paradossalmente, potrebbe contribuire a colmare questo divario: il diportista, specie quello che naviga lentamente e vive il mare in modo esperienziale, sarebbe naturalmente predisposto a scoprire territori meno conosciuti. Occorre però creare connessioni reali tra le rinomate località costiere e borghi, artigianato, archeologia, cantine, oleifici e caseifici, percorsi naturalistici e identità locali. In questo quadro, il ruolo della Regione Sardegna sarà decisivo, anche nella programmazione e nello sviluppo della portualità turistica nelle aree meno battute dell’isola, che potrebbero diventare nuove porte di accesso al territorio senza replicare modelli di sovraffollamento già osservati altrove. La sfida è trasformare la costa da punto di concentrazione a infrastruttura di relazione tra il mare e l’intera Sardegna, la porta di accesso a un vero e proprio continente tutto da scoprire per il visitatore. Un’occasione irripetibile è data, per esempio, dal volo diretto di Delta tra Olbia e New York appena inaugurato.
Poi ci sarebbe da affrontare il discorso della DMO regionale, uno strumento previsto da dieci anni dalla legge regionale sul turismo, ma rimasto fino a oggi sulla carta. La sua mancata implementazione è un enorme limite alla promozione coordinata dell’immagine turistica della Sardegna nel mondo, così come alla stessa valorizzazione di una ricchissima offerta di eventi, di manifestazioni locali, di mostre, di musei, di siti, che rimangono poco conosciuti agli stessi residenti.
Formare i professionisti del turismo dentro un aeroporto
L’OCSE nel 2025 ha classificato la Sardegna come una regione bloccata in una “trappola di sviluppo dei talenti”: quasi diecimila giovani tra i 25 e i 34 anni hanno lasciato l’isola tra il 2022 e il 2024. Il Polo universitario in cui lei insegna ha sede dentro l’aeroporto Costa Smeralda – il luogo per eccellenza da cui si parte (e si arriva), quello che Augé avrebbe chiamato senza esitare un “non-luogo”. Formare i professionisti del turismo sardo proprio lì, è una risposta a quella trappola, o una scommessa ancora aperta?
È una scommessa aperta, ma credo sia anche una scelta profondamente simbolica. Essere dentro un aeroporto internazionale significa collocare la formazione esattamente nel punto in cui si incrociano mobilità, turismo, impresa e relazioni globali. Un aeroporto può essere un “non-luogo”, ma può anche diventare un luogo di connessione tra territori e opportunità. Il nostro obiettivo è formare professionisti che non siano costretti a lasciare la Sardegna per realizzarsi, ma che possano contribuire qui alla costruzione di un modello turistico più evoluto, internazionale e sostenibile. Anche il mio corso di diritto della nautica da diporto, per esempio, nasce da questa visione: preparare competenze altamente specializzate in un settore strategico per l’isola, che richiede conoscenza delle regole, capacità manageriali e sensibilità verso la tutela del mare e delle comunità costiere. Oggi la sostenibilità non può più essere considerata un vincolo esterno allo sviluppo, ma la sua principale condizione di legittimazione economica e sociale. La vera sfida contro la fuga dei talenti non è trattenere i giovani a ogni costo, ma creare condizioni perché scegliere di tornare – o di restare – diventi una prospettiva credibile. Con l’ambizione di attrarre giovani anche da altre regioni d’Italia o da altri paesi, per maturare questo tipo di competenze, forse non reperibili altrove. Questa è la sfida dei prossimi anni: diventare un polo di riferimento a livello internazionale, per la formazione, universitaria e post-universitaria, nel turismo sostenibile e inclusivo. Mi piace ricordare che il Dipartimento di scienze economiche e aziendali – la vecchia facoltà di Economia e Commercio che 25 anni fa aveva intuito le potenzialità di questo territorio inaugurando qui a Olbia un corso di laurea vocato alla formazione di professionisti e manager per il settore turistico – è l’unico dipartimento di Eccellenza dell’Università di Sassari, per la qualità della ricerca scientifica. Non è un caso quindi che qui stia nascendo un nuovo dipartimento di Uniss sull’innovazione e che anche l’Università di Cagliari abbia investito inaugurando corsi di laurea della facoltà di ingegneria.







