Designer visionario e fondatore di U-Boat, Italo Fontana racconta il suo rapporto con il mare: un legame recente ma profondo, fatto di navigazioni, silenzi, ricerca interiore e orizzonti creativi. La barca come rifugio, stimolo e specchio, in una continua evoluzione personale che parla di equilibrio, dettagli e viaggi che contano più della meta.

Italo Fontana: quelle sirene che ancora non si fanno trovare
Personaggio eclettico e vulcanico, Italo Fontana è la mente creativa del marchio U-Boat: l’attenzione per i dettagli, la costante passione e la dedizione per l’innovazione e la perfezione unita a una mente aperta verso il futuro sono i cardini della sua creatività.

Italo Fontana è un osservatore curioso, un esploratore dell’immaginazione, uno che guarda il mondo con occhi sempre nuovi. Il mare è entrato nella sua vita in età adulta, ma ben presto si è trasformato in un orizzonte creativo d’elezione. Le sue rotte non seguono mappe, cercano suggestioni, simboli, equilibrio. In questa chiacchierata emerge un ritratto sfaccettato, fatto di dettagli, di gesti lenti e di sirene — reali o metaforiche — che ancora sfuggono alla vista. Ma non all’ispirazione.

Italo, partiamo dall’inizio. Quando è cominciato questo suo rapporto con il mare?
Il mare mi ha sempre attratto, fin da piccolo. Anche se all’inizio era un amore da riva: le vacanze con la famiglia, le giornate in spiaggia, i bagni, le conchiglie. La barca è arrivata molto più tardi, neanche dieci anni fa. Ma è bastato poco per capire che era il mio posto naturale. Non riesco più a starne lontano.

Quindi è un legame recente, ma molto profondo.
Sì, profondissimo. Perché il mare non è solo un paesaggio. È una cosa che ti prende dentro. Ti fa pensare, ti svuota e ti riempie allo stesso tempo. Ti regala momenti di silenzio, immagini, odori, cambi di luce. Può essere pace, oppure energia pura. Ti dà quello che ti serve, anche quando non lo sai.

Come lo vive, concretamente? Le piace navigare, oppure la barca è più un rifugio?
Tutte e due le cose. Ci sono giorni in cui ho voglia di stare fermo in porto, con la mia compagna, cucinare qualcosa a bordo, dormire lì. Altri in cui voglio muovermi, cercare una rada, guardare i delfini. A volte anche solo stare in coperta, con il sole in faccia, mi basta. La barca è diventata una specie di seconda pelle. Mi segue nei cambi di umore, nei pensieri. È un luogo che si adatta a come sto.

Ci racconta qualcosa delle barche che hai avuto?
Ho iniziato con un Sunseeker 60. Poi sono passato a un Ego 68 Riva, più aggressivo. Oggi ho un Fairline Targa 48, che è decisamente più gestibile. Prima avevo a bordo comandante e marinaio. Ora faccio tutto io. È un altro modo di vivere la barca, più semplice, ma anche più personale. È come mettersi un paio di jeans comodi: funziona sempre, ti senti a tuo agio.

Italo Fontana: quelle sirene che ancora non si fanno trovareLe piace stare in porto o preferisce la rada?
Mi piacciono entrambe le cose. Dipende dalla giornata, da come mi sento. Se sono in vacanza con amici o con la mia compagna, a volte scelgo un porto come San Vincenzo che ha ogni comodità: ristorantini, un po’ di vita, qualche negozio. Altre volte sento il bisogno di staccare, allora cerco il silenzio. Una rada isolata, magari per dormire lì e svegliarmi con il mare piatto e il sole che sorge.

Dormire in barca è una cosa che fa spesso?
Spessissimo. Anche d’inverno, quando la barca è ferma in porto. Ceniamo a bordo, dormiamo lì. È una sensazione che mi rilassa davvero. Ti senti protetto, cullato. È come se il tempo rallentasse. Le giornate in barca, anche senza muoversi, sono piene. Ti ascolti di più.

Ha un oggetto che porta sempre a bordo? Un portafortuna, qualcosa che per lei ha valore?
Le bottiglie non mancano mai, direi (ride). Ma a parte quello, ci sono sempre delle piccole cose che mi ispirano. Per esempio, uno degli ultimi orologi che ho disegnato è nato proprio qui. Ho usato l’olio della bussola di bordo, il capsule oil. L’idea mi è venuta guardando la strumentazione. Il mare ti parla anche così, in modo indiretto, ti stimola a creare.

Italo Fontana: quelle sirene che ancora non si fanno trovareIl mare insegna qualcosa? Cosa le ha lasciato in questi anni?
Il mare ti insegna prima di tutto rispetto. Non si può improvvisare. Non si comanda. Devi ascoltarlo, capirlo. Ti mette alla prova. Io sono uno veloce, anche troppo: nella vita, nel lavoro. Ma con la barca ho imparato a rallentare. A non forzare. Anche negli ormeggi: se hai fretta, sbagli. Poi il mare mi ha insegnato l’attenzione per i dettagli. Cammino ancora oggi per ore sulle spiagge a cercare conchiglie. Lo facevo da bambino. E continuo a farlo.

Nel tempo è cambiato anche il suo modo di vivere la barca?
Sì, assolutamente. Ci sono state fasi. Il tempo delle feste, quello degli amici, poi quello della coppia, della tranquillità. La barca è sempre rimasta lì, ma io ci sono arrivato in modi diversi. Crescendo, cambia il modo in cui ti ci rapporti. E oggi per me è davvero una forma di equilibrio. La sensazione di avere uno spazio tutto mio, dove sentirmi bene.

Ultima domanda. Le sirene le ha mai trovate?
No, ancora no. Le sto cercando. Ma va bene così. Magari è proprio la ricerca che rende il tutto più interessante.

Italo Fontana: quelle sirene che ancora non si fanno trovare