Imprenditore visionario, ex velista agonista e oggi armatore del Pershing 74 Sueno, Andrea Ruscica racconta il ritorno al mare dopo trent’anni, il passaggio dalla vela al motore e l’esperienza intensa di un refit totale. Tra emozioni in rada, lezioni di leadership imparate in barca e l’importanza di fidarsi del proprio comandante, Ruscica condivide una visione autentica e personale dello yachting, fatta di passione, rigore e condivisione familiare.

Ingegner Ruscica, qual è l’origine del suo legame con il mare? È una passione che la accompagna da tempo o è più recente?
L’amore per l’acqua mi accompagna da sempre, fin da ragazzo, avendo vissuto sul Lago Maggiore. Fino ai trent’anni sono stato un velista convinto: ho fatto regate lacustri, tre Giri d’Italia con l’equipaggio di Verbania e ho avuto anche un prototipo di Felci di 16 metri, un ultraleggero con un albero di 20 metri con cui abbiamo vinto la 100 miglia del Lago di Garda. Poi il lavoro mi ha completamente assorbito per quasi trent’anni, portandomi via dal mare. Sono tornato alla nautica solo pochi anni fa, ma questa volta a motore, per una serie di esigenze diverse.
Il passaggio dalla vela al motore non è sempre scontato. Cosa l’ha spinta a questa scelta? E come ha trovato il suo attuale Pershing 74?
Non è stato scontato; ma erano ormai passati quasi trent’anni e la vela era quasi un ricordo, mentre l’amore per il mare è rimasto immutato. Oggi, la barca rappresenta un modo per vivere questo amore insieme alla famiglia, poter godere insieme di posti magnifici e fare esperienze diverse dalla mia routine lavorativa. Sono rientrato nella nautica quattro anni fa con un Pardo 52, per fare una prova, per capire se famiglia, tempi e affetti si potessero armonizzare con questo stile di vita: dopo un anno e mezzo, ormai certi che fosse un’avventura da continuare, quasi per caso, a una cena, ho incontrato un amico che mi ha proposto questa barca. L’ho acquistata subito, colpito dal fatto che fosse una barca planante e veloce. La velocita è un po’ un leitmotiv nella mia vita: possiedo e amo le auto sportive e il loro dinamismo. L’ho acquistata d’impulso, senza preoccuparmi troppo di perizie o aspetti tecnici, spinto da un’ondata emotiva. L’estate scorsa l’abbiamo vissuta cosi come era per poi arrivare a concepire questo refit completo che ha coinvolto più di 20 fornitori e che è stato gestito dall’agenzia specializzata Star Polar Yachting come main contractor. Un lavoro complesso che né io né il mio comandante avremmo potuto gestire.
Parliamo del refit. Quali sono stati gli elementi su cui si è concentrato di più? E, da imprenditore abituato al controllo, è intervenuto nella gestione di questo progetto cosi complesso?
Dal lato estetica, mi sono affidato all’estro artistico di Chiara. Ci siamo subito trovati in sintonia: le tonalita chiare e neutre che mi proponeva mi danno aria e respiro, e sono le stesse nuance che ho anche a casa. Quindi, con lei ho curato gli aspetti di design. Il vero lavoro, però, è stato quello “sotto”, che non si vede. La barca è stata completamente riallineata nei suoi sistemi: propulsione, generatori, condizionamento, trasmissione, eliche, flap, trimming, sistemi di comando. Qui sono stato molto generoso nelle spese, perché per me la barca è si ‘estetica’, ma soprattutto è sicurezza in mare. Se non ho fiducia nei sistemi, non sono tranquillo e non riesco a godermi l’esperienza. Per questo nei sistemi ho investito molto e il progetto per me è stato importante soprattutto da questo punto di vista.
Il mare spesso insegna. C’è qualcosa che la sua esperienza nautica le ha trasmesso e che applica nella sua vita personale o professionale?
Si, diverse cose. Il mare ti insegna a pianificare, proprio come nel nostro lavoro, dove diciamo sempre: “inizia dalla fine”, ovvero definisci l’obiettivo e poi allinea ogni passo per raggiungerlo. In mare, secondo me, la cosa più importante è la sicurezza, e quindi l’equipaggio, il team che è a bordo con il quale deve esserci fiducia, trust e rispetto reciproco. Da giovane in barca a vela ho imparato a fare squadra, perché è vero che c’è un leader, ma bisogna essere insieme per ottenere risultati. Il mare insegna anche il rispetto per la natura, per le coste e per gli altri naviganti. Un incrocio in mare non è solo dare una precedenza: vuol dire non voler mettere mai nessuno in difficoltà. Bisogna essere sempre vigili, e anche questo essere sempre un po’ sotto pressione è affascinante, perché un errore può essere sempre in agguato. Quando esco mi rilasso solo quando sono in rada, dopo aver fatto tutte le manovre con il capitano. Ho molto rispetto per il mare; so che un errore può costare caro, come ho imparato in un paio di buriane, una delle quali durante la Barcolana del 2000 con venti a 60 nodi. Il mare cattivo ti insegna il rispetto. Se non hai affrontato certe situazioni forse non riesci a capire quanto questo rispetto sia importante.
La barca, al di là del relax, famiglia, amici e lusso, è anche un rifugio per riflessioni solitarie?
Per me è innanzitutto famiglia. Con mia moglie e i miei due bambini, uno di un anno e mezzo e l’altro nato un mese fa, questa barca è diventata un vero e proprio punto di riferimento. Un luogo dove ritrovarsi, condividere il mare in condizioni meno “turistiche”. Anche insieme ai figli di mia moglie – due ragazzini di 9 e 10 anni – nati dal suo primo matrimonio. La barca ha rafforzato il nostro legame familiare creando una passione comune, e mi piace molto I’essere stato la scintilla di questa passione.
Qual è il momento piu bello che ricorda in mare, sia dalla sua esperienza velistica che da queste ultime stagioni a motore?
In vela, i ricordi più forti sono legati proprio alle burianate. La più “bella” è stata quella della Barcolana del 2000: partimmo in 800 barche su 1800 iscritte e arrivammo in soli 150. Riuscire ad arrivare in fondo con la mia barca ultraleggera, non proprio adatta a quelle condizioni, fu un’emozione incredibile. Negli ultimi anni, i momenti piu belli li ho vissuti in rada a Porto Cervo. Non tanto per il luogo in sé, ma perché erano le prime volte con mia moglie: abbiamo vissuto una settimana intera in barca e trascorso le serate a terra. E stata una vera magia, me la sono goduta appieno: relax e una vita sociale bellissima. La barca lì ci ha regalato momenti stupendi, specialmente I’atmosfera particolare della sera, prima di dormire, che ti permette di dimenticare le piccole complessità della vita a bordo.

C’è una prossima meta che vorrebbe raggiungere con il suo yacht?
L’anno scorso abbiamo gia esplorato molto: la Costiera Amalfitana, Capri, la Sardegna, l’Elba, un po’ di Costa Azzurra. Diciamo che il quadrante Nord-Ovest del Mediterraneo, inclusa la Corsica che mi è piaciuta molto, lo abbiamo visto. Ora mi piacerebbe fare la Spagna, in particolare le Baleari: Minorca, Maiorca, Formentera, Ibiza. Conosco gia la Spagna, ma non ci sono stato con la mia barca. Mi piacerebbe dedicarci un paio di settimane per una vera crociera. Il prossimo anno, con la barca perfettamente a punto, mi piacerebbe raggiungere questa meta.
C’è qualcos’altro che vorrebbe raccontarei sulla sua esperienza da armatore o sulle lezioni apprese?
Questi tre anni mi hanno insegnato a comprendere meglio la nautica a motore, un mondo che non conoscevo. Mi hanno permesso di incontrare tanti professionisti — e si, anche qualche “scialacquone”, come capita in tutti i settori. Ma l’insegnamento più importante che ho ricevuto è stato quello di come trovare persone di cui potermi fidare, capaci di accompagnarmi in questo viaggio molto tecnico e specialistico, per me – esperto di informatica e tecnologia — completamente sconosciuto, dove una complessità incredibile di sistemi convivono in pochissimo spazio. Per questo, devi avere qualcuno di cui fidarti, primo fra tutti il tuo comandante. Gianni, il mio comandante, è un ragazzo giovane; a me piacciono i giovani, li considero un faro per il futuro. E lui ha dimostrato di esserlo. L’esperienza in barca ti insegna a rispettare i ruoli. In azienda, con 2.500 dipendenti, non dico che occorra vivere in ambiente gerarchici, ma dei punti cardine ci sono, sono necessari. In barca siamo in pochi e se mancano quei punti cardinali subentra I’anarchia e il conflitto. L’anno scorso, col Pardo, abbiamo vissuto una situazione difficile all’Tsola Piana: un incaglio dell’ancora a 15 metri di profondita, con venti a 20-40 nodi, con la barca che faceva tutto quello che doveva fare. In quel momento, ho solo seguito le indicazioni di Gianni: ho governato la barca mentre lui si è buttato in mare per tagliare I’ancora ed uscire da una situazione abbastanza rischiosa per la vicinanza di altre barche. Se fossimo andati in conflitto sulle scelte, sarebbe stato un disastro. Torniamo quindi al concetto di rispetto: in barca il rispetto dei ruoli è fondamentale.








