Dall’infanzia trascorsa tra le barche in costruzione all’impegno quotidiano nella continuità familiare: Fulvia Codecasa si racconta in un’intervista intima e appassionata. La navigazione come libertà, la leadership femminile come empatia concreta, il legame con la madre come bussola.

Fulvia Codecasa: io nata tra gli scafi
Presidente del prestigioso cantiere navale viareggino che porta il cognome di famiglia, Fulvia Codecasa è affiancata nella gestione dell’azienda dalla sorella Elena e dai rispettivi mariti, Ennio Buonomo e Fabio Lofrese, pur mantenendo Fulvio Codecasa, il padre, come punto di riferimento. Quest’anno i Cantieri Navali Codecasa festeggiano i 200 anni di attività.

Fulvia, crescere in un cantiere non è come crescere in un ufficio. Che cos’ha significato, da bambina, camminare tra scafi, rumori, odori di ferro e legno?
Fin da piccola ho sempre respirato aria di cantiere, addirittura fino all’età di 4 o 5 anni abitavamo in un appartamento all’interno del cantiere dove ora si trovano gli uffici di Codecasadue; quindi, per me il cantiere era la quotidianità. Mi ricordo che mio padre ogni tanto mi faceva fare un giro sulle barche in costruzione, pescherecci prima e yacht dopo. I ricordi più belli della mia infanzia sono quelli dei vari. Ricordo in quelle occasioni la tensione e l’agitazione di mio padre e degli operai, ricordo gli abiti eleganti di mia madre e di tutti gli invitati, ricordo il classico momento del lancio della bottiglia e a seguire il forte suono della sirena mentre la barca scivolava in mare. Era sempre una grande festa. Lo è tuttora, potete immaginare come fosse agli occhi di una bambina di pochi anni.

Qual è stata la prima volta in cui ha sentito il mare come “suo” e non solo come parte della storia di famiglia?
Non ho un ricordo preciso, diciamo che è come se il mare fosse nato insieme a me e avesse sempre fatto parte di me. Non sorprende, considerando il posto in cui sono nata e cresciuta e l’attività che svolge la mia famiglia.

Cosa ha voluto portare di nuovo, da donna e da armatrice, nella gestione di un mondo così tradizionalmente maschile?
Non credo esista un modo particolare né tantomeno uno stile specifico di gestire un’azienda, che appartenga esclusivamente all’uomo o alla donna. Tra uomini e donne, tuttavia, è indubbio che vi sono delle differenze sostanziali di “approccio” con il mondo del lavoro. Le donne hanno una sensibilità diversa rispetto agli uomini ed innegabilmente ciò influenza il loro modo di gestire una questione, di affrontare un’emergenza, di trattare con gli esterni o di conseguire un risultato. Se è vero che chiunque si trovi ai vertici di un’azienda deve avere un pugno di ferro, quello di una donna generalmente è coperto da un guanto di velluto. Il fatto di essere io stessa una moglie e una madre che ha vissuto in prima persona le difficoltà di conciliare le problematiche di casa con quelle del lavoro, ad esempio, mi fa spesso adottare un “occhio di riguardo” e di protezione verso le mie dipendenti, quando le vedo barcamenarsi tra impegni familiari e professionali.

Navigare per lei è distacco, riconnessione, libertà? O una combinazione diversa, tutta personale?
Direi che per me navigare è una meravigliosa combinazione di tutti e tre i fattori citati. Distacco dalle preoccupazioni e dalle incombenze quotidiane. Riconnessione con il mio io più profondo e con i miei affetti più autentici, nelle rare occasioni in cui io e la mia famiglia riusciamo a concederci una giornata in mare tutti insieme. E, chiaramente, libertà. Mi ricordo di una bellissima vacanza di tanti anni fa: ero con mia madre a bordo di un piccolo 12 metri all’isola d’Elba. Su una barca così piccola sei tu e il mare. Senza comandanti, senza equipaggio, solo tu, la tua famiglia e il mare, la vera libertà.

Fulvia Codecasa: io nata tra gli scafi

C’è una barca Codecasa che sente più sua, anche se non è “sua”? Un progetto in cui si riconosce come persona, non come manager?
Fondamentalmente, sono legata a tutti gli Yacht Codecasa che abbiamo costruito. Dico sempre che per me (come per la mia famiglia) essi sono come dei figli, di cui seguiamo la nascita e la crescita e che non perdiamo mai di vista neppure dopo la consegna quando, come dei figli ormai adulti che lasciano la casa dei genitori, lasciano il cantiere e il porto di Viareggio. Ciò premesso, ammetto di sentirmi particolarmente legata alla serie di yacht veloci denominata “Serie Maria Carla”, che abbiamo costruito per una decina di anni a partire dal 2005, non tanto perché con essi abbiamo fatto il nostro ingresso in un settore nuovo del mercato nautico, ma principalmente perché quella serie porta il nome di mia madre, in quanto è a lei che mio padre aveva voluto dedicarla, al punto da regalarle persino il primo yacht costruito. Mia madre ne aveva seguito in prima persona ogni fase, dalla progettazione fino alla costruzione con la relativa scelta di materiali, finiture e allestimenti. Quella barca, sebbene oggi non sia più di nostra proprietà, rimarrà per sempre nel mio cuore come la nostra barca “di famiglia” oltre che una testimonianza del profondo legame che esisteva tra i miei genitori.

Fulvia Codecasa: io nata tra gli scafi
Fulvia Codecasa con il figlio Niccolò Buonomo.

Quando si trova a bordo, cosa le dà pace? Un dettaglio di design, una luce al tramonto, il gesto discreto dell’equipaggio?
La pace a bordo, per me, è essenzialmente legata al silenzio e all’ambiente naturale circostante. Poi è ovvio che un design di mio gusto o la professionalità del personale di servizio sono dei valori aggiunti, ma non determinanti.

Il mare le ha mai insegnato qualcosa che le è servito anche a terra, nei momenti difficili?
Il mare è calmo o agitato, come le diverse fasi della vita, ma non si ferma mai e mantiene sempre il proprio moto incessante. Ci insegna la tenacia e la resilienza. E ci dimostra che le tempeste come sono arrivate se ne vanno; quindi, non bisogna scoraggiarsi neppure nei momenti più difficili.

Se domani potesse progettare una barca solo per lei – senza regole – come sarebbe? E per andare dove?
Sarebbe una barca lineare, dallo stile semplice e genuino, senza troppi fronzoli o orpelli, come sono io. La meta non è importante, quello che conta è il viaggio. Possibilmente con al proprio fianco gli affetti e le persone più care.

Fulvia Codecasa: io nata tra gli scafi