Dalla prima vacanza alle Eolie alla scelta controcorrente di investire in una barca a vela da charter: Gabriella Pantani racconta la sua avventura in mare, e un catamarano che è diventato rifugio, sfida e spazio personale.

Gabriella Pantani: il catamarano è la mia libertà
Gabriella Pantani è cofondatrice di Freeland Calzature, azienda toscana con sede a Fucecchio, insieme a Claudio Tiezzi e Massimiliano Potenza. All’interno della società, dirige l’area amministrativa.

Non è nata velista, né imprenditrice nautica. Ma il mare, un giorno, l’ha chiamata davvero. E Gabriella Pantani ha risposto con una scelta audace: comprare un catamarano, viverlo, affittarlo, e farne il suo orizzonte personale. In questa intervista ripercorre il suo viaggio con occhi lucidi e voce ferma, tra tramonti alle Eolie, silenzi preziosi e una consapevolezza profonda: in mare si trova spazio, verità e, spesso, se stessi.

Gabriella, partiamo dall’inizio. Che rapporto ha con il mare? C’è sempre stato nella sua vita?
Sì, il mare è sempre stato presente, fin da bambina. Per me rappresentava la vacanza, la libertà, le cose belle. Ogni estate andavo in Versilia: Viareggio, Fiumetto, quei luoghi sono parte dei miei ricordi. Era il momento dell’anno che aspettavo con gioia. E poi ho anche parenti che vivono al mare, quindi in qualche modo è sempre stato nel mio orizzonte, anche familiare. Però non è mai stato un elemento ‘attivo’ nella mia vita, finché un giorno qualcosa è cambiato.

Cosa è successo?
Nel 2007 ho fatto una vacanza in catamarano alle Eolie. Eravamo un piccolo gruppo: io, mio marito, nostro figlio, mia sorella con suo marito e una coppia di amici. Ricordo perfettamente un momento: io da sola sulle reti a prua, cuffie nelle orecchie, immersa nel blu. Ho pianto dalla bellezza, dalla gioia. È stata un’esperienza fortissima. Da lì ho capito che il mare non era solo un posto da guardare, ma un posto dove stare, dove ritrovarsi. Mi sono sentita ‘nel mio elemento’.

E da quell’esperienza come si è arrivati all’idea di comprare una barca?
Per caso. Un po’ per passione e un po’ per investimento. Ci parlarono di un’agevolazione fiscale legata all’acquisto di mezzi in aree svantaggiate. In pratica, mettendo una barca in attività charter in Sardegna o Sicilia, si poteva detrarre una grossa parte del costo iniziale. Sembrava un’opportunità interessante: usarla un po’ per sé, affittarla il resto del tempo, e magari un domani rivenderla. Così è iniziato tutto. Ma la realtà è stata molto più complicata di quanto ci era stato prospettato.

In che senso complicata?
Il mondo della nautica è difficile. E non c’entra solo la parte tecnica o operativa. È l’intero sistema che è indietro, pieno di regole non chiare, spesso interpretabili, con una burocrazia che cambia da porto a porto. A terra, quando fai impresa, sai a cosa vai incontro. In mare no. Il Codice della navigazione è antiquato, e ogni cosa sembra una sorpresa, anche per chi cerca di fare tutto in regola. Io, ad esempio, ho speso molto per mettere tutto in regola: assunzioni a norma, skipper, hostess, cuoco. Se vuoi dormire tranquillo, devi fare le cose per bene. Ma farlo costa. Tanto.

Torniamo alla barca. Perché proprio un catamarano?
Perché non sono una vera velista, ma amo stare comoda. Il catamarano offre spazi enormi rispetto a una barca a vela tradizionale. Puoi goderti il mare senza rinunciare al comfort, senza dover convivere per forza tutti nello stesso punto. Se vuoi stare da sola, puoi. Se vuoi fare gruppo, puoi. Ci sono zone per prendere il sole, per rilassarsi, per cucinare, per chiacchierare. E poi la stabilità. A me piace stare a pelo d’acqua, sentire il mare, anche le onde. Non cerco la spiaggia, cerco il mare vissuto dall’interno. E il catamarano ti dà tutto questo.

Come immagina la vacanza perfetta a bordo?
Una vacanza vera è un viaggio senza meta, con le persone giuste. Non mi interessa avere uno chef stellato o l’hostess perfetta, mi interessa che le persone stiano bene, che ci sia sintonia, serenità. Per me il mare è bellezza e silenzio. E condividere questa sensazione con gli altri è il senso di tutto. Poche persone, quelle che ami, e il mare intorno. La vacanza ideale non è in un resort, è lì, tra le onde, senza orari, senza pressioni.

Ma l’attività di charter non è tutta poesia. Quali sono le difficoltà più grandi?
Innanzitutto, trovare un equipaggio affidabile. Non è semplice. In tre anni ho avuto skipper e hostess con cui è andata bene, ma anche persone che hanno complicato tutto: comportamenti sbagliati, clienti scontenti, problemi a bordo. A volte sembra di gestire un microcosmo dove tutto può esplodere. Convivenza, dinamiche personali, responsabilità. E poi ci sono le furbate: spese personali fatte con la carta della barca, bottiglie dei clienti fatte sparire, piccoli furti. Tutte cose che logorano. Ma io continuo, anche se mio figlio ogni tanto dice: ‘Vendiamola’. Io, invece, voglio ancora combattere per questo progetto.

Gabriella Pantani: il catamarano è la mia libertàHa parlato prima di emozioni forti legate alla barca. Le va di raccontare il momento in cui l’ha vista nascere?
Certo. La barca è stata costruita in Francia, a La Rochelle. Quando ci siamo andati, stavano ancora montando gli interni. A un certo punto ho visto arrivare la cabina che sapevo sarebbe stata la mia. L’ho toccata. Ho detto: ‘Questa è la mia’. Quel gesto, semplice, ha racchiuso tutto: la consapevolezza di aver fatto una scelta grande, emotiva, importante. Era la mia prima vera barca, e rappresentava anche un passaggio personale, dopo la morte di mio marito. Mio figlio ed io ci siamo buttati con entusiasmo. Abbiamo scelto di chiamarla Maurice, come mio marito. È stato un gesto simbolico, ma carico di significato.

E oggi, dove le piace andare con la sua barca?
Quali sono i suoi luoghi del cuore? Le Eolie restano nel cuore, ma anche la Sardegna e la Corsica offrono posti incredibili. Ricordo una spiaggia in Corsica, La Marana, dove siamo arrivati a giugno: acqua freddissima ma paesaggio mozzafiato. Poi ci sono i luoghi più noti, come Porto Madonna o Razzoli, dove però, se arrivi nei momenti giusti, trovi ancora solitudine e silenzio. Un amico ci ha portato una volta in una caletta a Lavezzi: un piccolo canale nascosto, acqua limpida, silenzio totale. Quelli sono i luoghi che cerco.

Cosa le ha lasciato tutto questo percorso?
Il mare mi ha insegnato che posso stare bene anche da sola. Mi ha restituito silenzio, tempo, introspezione. Dopo tanti anni di lavoro, relazioni, mondanità, oggi voglio semplicità. Voglio stare con le persone che amo, senza rumore. Il mare mi aiuta a ritrovare me stessa. Anche solo per un giorno.